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Lettere dal precipizio del Sinodo

Lettera #4:
Pastori o mercenari?

di Christopher A. Ferrara
21 ottobre 2015

Con la conferenza di oggi presso la Sala Stampa del Vaticano abbiamo avuto l'occasione di gettare uno sguardo su ciò che sta avvenendo al Sinodo sulla famiglia 2015 e di come esso sia in realtà - ma già lo sapevamo - un veicolo ideato al solo fine di sovvertire l'insegnamento tradizionale della Chiesa in merito al matrimonio, la famiglia e la sessualità umana.

Nel suo intervento, l'Arcivescovo di Brisbane, Mark Coleridge, ha cercato di riassumere quella che secondo lui è l'essenza del Sinodo, entrato ormai nella terza e ultima settimana di lavoro. Coleridge non ha fatto altro che ribadire gli slogan progressisti che mascherano, nemmeno troppo sottilmente, i tentativi degli agitatori più radicali nella Chiesa affinché quest'ultima abbracci la cosiddetta "etica situazionale" (come già fatto notare da John Vennari), che viene spacciata pubblicamente sotto le mentite spoglie di "un nuovo approccio pastorale".

Durante la conferenza stampa del 21 ottobre, alla quale hanno partecipato molti sacerdoti di lingua spagnola, Coleridge ha raccontato un episodio accaduto nella sua diocesi: un bambino che faceva la prima comunione aveva spezzato in due l'Ostia consacrata per darla a suo padre, un uomo divorziato e "risposato" che non poteva accedere all'Eucaristia. Quest'episodio è stato presentato da Coleridge come una "testimonianza" commovente della "crudeltà" della Chiesa nel suo costante insegnamento in merito all'impossibilità di accedere alla Comunione sacramentale da parte di quelle persone che conducono una relazione extraconiugale senza astenersi dai rapporti sessuali. Al contrario di quanto affermato da Coleridge, tuttavia, quell'episodio dimostra solamente tre cose: l'evidente carenza di formazione spirituale di quel bambino (che ignorava - o forse non gliene importava - di commettere un sacrilegio), un'incredibile mancanza di rispetto nei confronti del Santissimo Sacramento da parte del padre del bambino, ed un chiaro esempio di negligenza criminale da parte del sacerdote che, a quanto pare, ha avallato un simile sacrilegio.

L'Arcivescovo Coleridge ha raccontato quest'episodio affermando che "un'esperienza davvero umana come questa… mi ha toccato profondamente", e che se vi avesse assistito di persona (l'episodio gli è stato difatti raccontato), forse avrebbe cambiato la sua posizione in merito alla disciplina della Chiesa. Ma per favore! Da buoni politici navigati, Coleridge e gli altri sostenitori di questa narrativa cercano demagogicamente di fare appello alle emozioni per proporre uno stravolgimento degli insegnamenti di Benedetto XVI, Giovanni Paolo II e di ogni altro Papa prima di loro, in merito all'impossibilità di accedere all'Eucaristia da parte di chi commette pubblicamente adulterio.

A proposito di quest'ultimo, Coleridge ha avuto l'ardire di suggerire che "la parola adulterio non dice abbastanza" circa "la verità dell'esperienza umana", perché "non tutti i casi sono uguali tra loro" e sarebbe quindi irragionevole "dire che ogni secondo matrimonio è adulterio". Nel recitare quello che è diventato un vero e proprio mantra per i progressisti, Coleridge ha dichiarato che "le seconde nozze durevoli, stabili e caratterizzate dall'amore tra i coniugi" non sono in qualche modo adulterine… come se una relazione di questo tipo potesse essere moralmente legittimata dal passare degli anni e dallo stato emotivo della coppia che commette tale peccato. A questo punto si potrebbe arrivare a ritenere che una convivenza "durevole, stabile e caratterizzata dall'amore", senza i benefici del matrimonio, non significhi più "fornicazione", e infatti è esattamente ciò che i progressisti sinodali stanno dibattendo in questi giorni!

Ripetendo una serie di inutili mantra, Coleridge ha dichiarato che nell'approccio pastorale verso le persone che vivono nell'adulterio, la Chiesa deve "ascoltare le loro storie", e che tale comportamento è "l'inizio di un processo di dialogo". La chiesa deve "cominciare ad ascoltare", perché "una chiesa sinodale è una chiesa che ascolta". Inoltre, "dobbiamo ascoltare in modi nuovi" al fine di trovare un percorso che vada oltre il "tutto o niente," il "bianco o nero". In merito alle "Problematiche" relative ai divorziati e risposati, alla convivenza e all'omosessualità, Coleridge ha inoltre affermato che "l'insegnamento della chiesa in queste aree rimarrà intatto" - che generosità! - ma "si muoverà verso un nuovo approccio pastorale" che implichi "un nuovo ascolto e un nuovo linguaggio", così come "pubbliche manifestazioni di misericordia" per rimediare a "secoli di pensiero secondo cui la misericordia era solo privata". Questo perché un approccio pastorale "orientato soltanto ed incessantemente sui fatti… non potrà mai gettare le proprie radici nel solco dell'esperienza umana". Già, che ci importa dei fatti?

Tutto questo blaterare modernista può essere riassunto in ciò che i progressisti stanno cercando in tutti i modi di ottenere da questo Sinodo, e cioè che la Chiesa si prepari istituzionalmente ad accogliere al suo interno il peccato mortale, sotto varie forme, perché sarebbe irrealistico e persino crudele pensare che la gente possa vivere secondo gli standard morali del Cristianesimo, che è solo un nobile, ma utopico ideale. Si tratta della capitolazione Pelagiana alla debolezza umana, che ignora il ruolo della grazia divina (e quindi della Chiesa stessa) nel far sì che l'uomo possa ergersi al di sopra del peccato e condurre una vita virtuosa. Non sono certo per "la chiesa sinodale" le parole pronunciate da Nostro Signore in merito ad una vita di virtù nella Sua grazia: "Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero".

Cosa possiamo dire dinanzi a simili ammissioni di sconfitta nei confronti dello spirito della nostra epoca, da parte di quei prelati che avrebbero dovuto difenderci in quanto pastori di anime e che invece stanno conducendo sempre più persone su di un cammino fatto di peccato e lontano dalla beatitudine eterna? Possiamo rispondere solamente con le parole di Nostro Signore, che sono certamente indicate nella situazione in cui ci troviamo attualmente: "Il mercenario, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore."

Frasi che sembrano fatte apposta per questo Sinodo, che a parole, afferma di voler occuparsi con sollecitudine delle pecore di quest'epoca moderna, mentre in realtà non fa altro che abbandonarle ai lupi. È alquanto ironico, anche se assai prevedibile in quest'epoca di disorientamento diabolico per la Chiesa Cattolica.