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Papa Francesco sulla pena di morte:

un'inversione dell'insegnamento costante della Chiesa Cattolica?

di Christopher A. Ferrara
12 ottobre 2017

La stessa credibilità del Magistero, cioè l’insegnamento della Santa Chiesa cattolica, dipende dalla sua universalità e costanza nei secoli, essendo basato sul Deposito della Fede, ovvero la rivelazione divina, inclusi i Vangeli e i Comandamenti di Dio così come essi vengono come espressi dallo stesso Magistero. La famosa formula di San Vincenzo di Lerino coglie perfettamente l’essenza del Magistero, descrivendola come quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est (“ciò che è stato creduto ovunque, sempre e da tutti”). Così come Dio non può “cambiare idea”, anche il Magistero non può mutare per adattarsi alle opinioni di un Papa in particolare. Lo stesso Pontefice di Santa Romana Chiesa, quindi, è vincolato dal rispetto e dall’obbedienza al costante insegnamento della Chiesa.

Non v'è dubbio che la Chiesa abbia insegnato costantemente, fin dall’inizio e almeno sino al pontificato di Giovanni Paolo II, che le autorità civili possono ricorrere alla pena capitale per i crimini più gravi. Ne ho presentato le prove in un articolo che ho scritto per la rivista Crisis. Nemmeno Giovanni Paolo II, che chiaramente non apprezzava la pena di morte, era mai arrivato a dichiararla di per sé immorale in qualsiasi sentenza, perché questo avrebbe implicato una contraddizione radicale del Magistero da parte del Magistero stesso, il che è impossibile!

Al contrario, il Catechismo promulgato da Giovanni Paolo II (§ 2267) dichiara che "L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell'identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani.” Per quanto riguarda la frase "l’unica via praticabile per difendere efficacemente la vita di esseri umani” sono le autorità civili e i legislatori - non il Papa! - coloro che devono fare fanno questa determinazione, caso per caso.

Che cosa dobbiamo pensare quindi dell'affermazione contenuta nell’Amoris Laetitia- in un singolo paragrafo volante, oltretutto - secondo cui la Chiesa "rigetta fermamente la pena di morte" - un’asserzione che a sua volta si basa solo sulla relatio finale del Sinodo, letteralmente imposta al voto dei Padri sinodali con meno di un giorno di preavviso? E che cosa dobbiamo dire del recente commento di papa Francesco, secondo il quale il Catechismo dovrebbe essere modificato per affermare che la pena capitale "è di per sé contraria al Vangelo, perché si decide volontariamente di sopprimere una vita umana, sempre sacra agli occhi del Creatore e di cui solo Dio può essere il vero giudice e garante"?

Come si può conciliare questa visione con quella del tutto opposta della "dottrina tradizionale della Chiesa", ribadita dal Catechismo? È evidente che il pensiero di Papa Francesco e l’insegnamento della Chiesa sono in contrasto l’uno con l’altro! Prendiamo ad esempio questo inequivocabile insegnamento di Pio XII in merito a chi commette un crimine capitale e pertanto perde il diritto alla vita nella società civile:

“Anche quando si tratta di una persona condannata a morte, lo Stato non dispone del diritto alla vita dell'individuo. È quindi compito dell'autorità pubblica privare l'uomo condannato del bene della vita, in espiazione della sua colpa, dopo che egli si è già privato del diritto alla vita per via del suo crimine..” (AAS, 1952, pp. 779 et. seq.)

Ora, si può ragionevolmente argomentare sul fatto di come la pena di morte non debba essere applicata per ragioni prudenziali, nella società di oggi, e uno di questi motivi è il numero di coloro che sono stati ingiustamente condannati per reati capitali è veramente grande. Tuttavia, ben altra cosa è affermare tout court che la pena di morte sia di per sé immorale.

A chi dovremmo credere, quindi? A Francesco oppure a tutti i Papa prima di lui, così come al Concilio di Trento, col cui costante insegnamento Francesco è palesemente in disaccordo? Se il Magistero significa ancora qualcosa, allora esso non può essere soggetto a ribaltamenti e modifiche solo sulla base delle opinioni personali di un Papa. Né un tale rovesciamento può essere spacciato come "sviluppo" della dottrina. Il Magistero non avrebbe alcuna credibilità se per secoli (almeno fino al pontificato di Giovanni Paolo II) avesse insegnato che la pena di morte è teoricamente ammessa, solo per cambiare radicalmente posizione e dire esattamente il contrario, grazie allo "sviluppo" del suo insegnamento…

In questo, e in molti altri casi riguardanti quest’insolito pontificato, non possiamo che considerare l'opinione personale di Papa Francesco come tale, e cioè come di un qualcosa che non può far parte dell'autentico Magistero della Chiesa. Questo pontificato costituisce davvero un caso di studio su quel che è e quel che non è (e non può essere) il Magistero della Chiesa Cattolica. Esso non è uno strumento per far passare come un insegnamento dottrinale un’opinione personale di un Papa (opinione che va contro l'insegnamento di tutti i suoi predecessori!). Se il Magistero fosse realmente “reversibile” su una questione morale così basilare, infatti, esso non sarebbe affatto un magistero, ma piuttosto un’incerta raccolta di insegnamenti prudenziali, che prima o poi verrebbero soggetti a cambiamenti e ripensamenti. Questo significherebbe che la Chiesa non è davvero quell’istituzione divinamente costituita che invece è, e che insegna e ha insegnato in modo costante e infallibile nel corso dei secoli in materia di fede e di morale.

Preghiamo affinché la Madonna di Fatima possa presto liberare la Chiesa dalla confusione che affligge oggi il suo elemento umano!